In Puglia la Massoneria venne introdotta negli anni 1788-89 dai Principi di San Severo di Napoli; in particolare il primo insediamento sorse a Martina Franca ad opera di due emissari di Padova e Roma; a Taranto comunque si segnalava la presenza di una loggia già dalla metà del '700. Di questo periodo l'unico nome conosciuto è quello di Filippo Ceci.


La visibilità del movimento massonico si manifestò in occasione dei moti del 1799 che portarono anche a Taranto l'Albero della Libertà. Uno dei principali artefici di quella brevissima stagione di libertà durata appena un mese fu il sacerdote giacobino Giovanbattista Gagliardo, ritenuto massone da qualche studioso per le sue idee, scelte e frequentazioni. Nel periodo napoleonico, inviato da Giuseppe Bonaparte re di Napoli, giunse a Taranto il generale bresciano Giuseppe Lechi, comandante del Terzo Reggimento della Seconda Armata di Osservazione del Mezzogiorno, nonché Gran Maestro della omonima Gran Loggia.


Tra la fine del 1804 e l'inizio del 1805 Lechi provvide alla fondazione di due logge: «Della Filantropia», loggia militare che venne trasferita nel 1805 a Lecce e riconosciuta dall'appena costituito Grande Oriente d'Italia con sede a Milano, e l'altra loggia «L'Amica dell'uomo». Lechi fece affidamento a Giuseppe La Gioia, già coinvolto nei fatti repubblicani del 1799, e successivamente tra i capi carbonari protagonisti dei moti del 1821 in Terra d'Otranto. La Gioia riunì in breve tempo "sei compagni tra parroci, monaci rinomati e giovani di letteratura e soda morale", e con questi fu ricevuto dal Fratello Rossi, ed elevato agli alti gradi della «Filantropia». Fra i fratelli fondatori è doveroso citare il sacerdote Giuseppe Ceci, anche egli coinvolto nel fatti del '99, noto repubblicano, che lasciò ai posteri un museo di reperti storici, andato poi distrutto, ed il sacerdote Saverio Trippa, di Carosino. Questa loggia ebbe sin dall'inizio enormi difficoltà nell'operare, stretta tra il timore di infiltrazioni spionistiche e le persecuzioni della polizia borbonica.  
Con la costituzione del Grande Oriente d'Italia, retto dal Viceré Eugenio Bonaparte, a Taranto risultò operante solo la loggia «L'Amica dell'Uomo», rappresentata dal Venerabile Giuseppe La Gioia. Con Gioacchino Murat che costituÌ nel 1810 il Grande Oriente di Napoli, a Taranto sorse la loggia «La Nemica dell'Ambizione», ad opera di Nicola Libetta, giureconsulto leccese divenuto magistrato di Cassazione a Napoli, e di don Saverio Trippa, che assunse la carica di Venerabile divenendo successivamente capo carbonaro.  
Con il termine dell'avventura napoleonica nel 1815, anche la Massoneria, già in una fase critica col regime francese, che voleva asservirla ai propri disegni di controllo del potere, subisce una battuta d'arresto. L'ideale di una patria indipendente accantona l'impegno di ricerca esoterica a favore dell'azione politica. La Massoneria, finora retaggio della classe aristocratica ed alto borghese, cede il passo alle sette di azione politica, che richiedevano strutture agili ed adepti di ogni condizione sociale. E' il momento della Carboneria, con radici in parte riferibili alla Massoneria, che diventa movimento trasversale nella società del tempo. Anche a Taranto dal 1816 al 1848 si registrò una proliferazione di sette rivoluzionarie, quali quella degli «Agricoltori del Galeso» e quella dei «Figli di Pitagora», per citare le più note e consistenti.  
Nel 1837 si costitui una setta della Federazione della Giovine Italia, la creatura di Giuseppe Mazzini, fondata da tarantini come Nicola Mignogna, Giuseppe Carbonelli, Tommaso De Vincentis, oltre al brindisino Cesare Braico ed al leccese Giuseppe Libertini, ed organizzata a Taranto da Giuseppe e Raffaele Cimino, quasi tutti divenuti successivamente massoni della loggia «I Figli dell'Etna», costituita a Napoli nel periodo 1861-1862 e affiliata al Supremo Consiglio di Rito Scozzese di Palermo. Nel 1848 si costituì un comitato liberale presieduto dall'avvocato Giuseppe De Cesare e composto dall'avv. Domenico Savino, dai fratelli Raffaele ed Ignazio Lucarelli , Pietro Acclavio, Luigi Carbonelli, Luigi Ayr, Nicola Galeota ed Orazio Carducci Atenisio. Faceva parte di una delle due sette (da qualche studioso ritenute logge, postulandone l'esistenza) operanti a Taranto con sede in palazzo Carducci, mentre l'altra era sita a Palazzo Buffoluti (l'odierno palazzo Galeota). Successivamente l'impresa dei Mille a Marsala vide la partecipazione di Nicola Mignogna e Vincenzo Carbonelli, e nelle successive campagne accorsero 44 tarantini ad unirsi al massone Garibaldi. La cronaca ci tramanda i nomi di alcuni di essi: il padre cappuccino Aurelio Perrone, l'architetto Gaetano Piccione, successivamente massone, Francesco Valente, l'avvocato Egidio Pignatelli, Antonio Petruzzi, i fratelli De Gennaro, Francesco Iurlaro, Nicola Galeandro, Tommaso Catapano, Riccardo Agostinelli. Esaurita la spinta rivoluzionaria con l'Unità d'Italia, l'ambiente patriottico diventa l'humus ove ritrova vigore la Massoneria.A seguito della ricostituzione del Grande Oriente d'Italia nel 1859, la Massoneria si ramificò organicamente in tutto il regno. A Taranto la prima loggia del periodo post-unitario fu fondata 1'1agosto 1865 col titolo distintivo di «Archita» da Giuseppe Libertini, segretario di Mazzini, deputato al Parla-
mento, alto esponente della Massoneria di Rito Scozzese (Supremo Consiglio di Rito Scozzese di Torino, antagonista sia del Grande Oriente Napoletano che del Supremo Consiglio di Rito Scozzese di Palermo). Retta dal patriota
Pietro Acclavio, nobiluomo e proprietario, con l'ausilio di Domenico Savino, politico e uomo d'affari oltre che di legge, riunì nel suo ambito la nuova generazione dei notabili tarantini, quali l'avv. Carlo Primicery, Luigi Carbonelli, i fratelli Nicola e Francesco Portacci, Francesco Paolo Carelli, e Francesco De Bellis. Anche a Taranto si avvertì nella società civile l'influsso di massoni che operarono per il miglioramento delle condizioni di vita. Parlamentari massoni, anche se non tarantini, come Paolo Boselli, Luigi Rava, Pietro La Cava, Benedetto Brin, Cataldo Nitti, contribuirono all'istituzione dell'Arsenale, della ferrovia e delle scuole superiori. Grande attenzione fu indirizzata verso il progresso per mezzo della cultura e della lotta all'ignoranza vedendo
in prima linea massoni come il preside del Regio Liceo «Archita», Edoardo De Vincentis, il preside dell'istituto Pitagora Emidio Ursoleo, il docente di storia Pasquale Ridola, il docente di scienze Luigi Ferrajolo, il professor Attilio Cerruti, il cantore della tarentinità Emilio Consiglio. Massoni furono tra i fondatori della sezione della società «Dante Alighieri» a Taranto così come a Roma, della sezione locale della CroceRossa Italiana, della umanitaria «Croce Verde», dell'università popolare «Nazario Sauro», del Comitato di assistenza e beneficenza oltre a varie società di mutuo soccorso per i lavoratori. Massoni furono anche i promotori di un comitato per la costituzione di una Società di Cremazione, che raccolsero centinaia di firme per sollecitare al Comune la realizzazione di un impianto, ma la buona volontà fu fermata dalla penuria di risorse. A cavallo del nuovo secolo la Massoneria assunse la fisionomia di movimento trans-partitico consentendo l'adesione dei propri affiliati in ogni schieramento politico. E' un periodo di profonda trasformazione della società italiana, rappresentato anche dalla nascita dei partiti. A Taranto i massoni furono tra i fondatori di tutti i partiti, eccetto ovviamente quello clericale: l'avv. Aurelio Marchi per i radicali, il prof. Guglielmo Baldari per gli anarchici, Luigi Ferrajolo e Pompeo Lorea per i socialisti, Cesare Mormile per i nazionalisti, l'avv. Pasquale Imperatrice per il primo Fascio da Combattimento.


Dopo la loggia «Archita» (sciolta dopo qualche anno di operatività risorse nel 1874 per durare ancora due anni) fu costituita nel 1880 la loggia «Archimede»; da questa nacque nel 1907 la loggia «Giulio Cesare Vanini», che nel 1911 gemmò la loggia «Prometeo»; l'ultima, nel 1913, fu la ricostituita loggia «Archita».  
Con la scissione del 1908 di Saverio Fera dal grande Oriente d'Italia e la costituzione della Serenissima Gran loggia d'Italia, detta Piazza del Gesù dal toponimo della sede, anche a Taranto si costituirono logge della nuova Famiglia Massonica. Nel periodo 1918-1919 operarono due logge ferane, la loggia «Nazario Sauro» e la loggia «Tempio di Salomone», che insediarono due triangoli (nuclei di fondazione di loggia composti da almeno tre massoni), uno a Massafra e l'altro a Palagiano. Nel 1921la loggia «Sauro» subì una scissione per contrasti interni, che comportò il passaggio di un gruppo al Grande Oriente d'Italia portando con sé il titolo distintivo di «N. Sauro», mentre l'altro gruppo scelse il titolo distintivo di «Cesare Battisti». Nel 1922 risultava operante a San Giorgio Ionico la loggia «Raoul Palermi».  
La crisi della Massoneria esplose con il periodo giolittiano: ebbe inizio un periodo di lenta agonia che il regime fascista non fece altro che accelerare, spegnendo con la violenza la fiaccola della libertà. Il 14 settembre 1924 alle ore 14,30 una squadraccia fascista devastò la casa massonica del Grande Oriente (ove si riunivano le logge Vanini, Prometeo, Archita e Sauro) sita al primo piano di Palazzo Marturano in via Giovinazzi angolo via Pitagora, distruggendo mobili, suppellettili e documenti. Di lì a qualche giorno, il 30 settembre fu assaltata e devastata la casa massonica delle due logge dell'Obbedienza di Piazza del Gesù, sita in via Cavallotti, nota come Circolo culturale «N. Sauro». Col fascismo i massoni di Taranto indossarono quasi tutti la camicia nera, volenti o nolenti (Ursoleo fu emarginato e patì enormi ristrettezze sino a quando non si «convertì» al credo della Nuova Italia; De Vincentis fu emarginato, ignorato e morì povero nel 1928 con funerali pagati dal Comune, dove ancora contavano alcuni vecchi fratelli). Ma non tutti chinarono il capo. Nel 1943 Gino Caraccio finì in galera mentre tentava di organizzare clandestinamente la ricostituzione della loggia «Prometeo», perché denunziato da una spia dell'Ovra, (l'intelligence fascista), da un vecchio fratello di loggia; qualche altro come Ernesto Candelli, esule in Francia, fu iniziato nella loggia «Italia Nuova» e poi passato alla loggia «Eugenio Chiesa», affiliate al Grande Oriente d'Italia dell'esilio. Qualche altro ancora come il notaio Carano fu scoperto che teneva riunioni massoniche nel suo studio, ma data la sua posizione lo scandalo fu insabbiato, anche perché il regime aveva interesse a mostrare quale unica ed isolata opposizione quella comunista.  
Ma, come il mitico uccello della fenice che risorge dalle ceneri, così la Massoneria tarantina, dopo esattamente vent'anni del lungo sonno fascista e della tragedia della guerra mondiale, riaccese la sua fiaccola. Con la ripresa dell'attività massonica il Grande Oriente tenne sostanzialmente salda la propria identità e la propria organizzazione mentre l'Obbedienza di Piazza del Gesù si frantumò in mille rivoli, ciascuno dei quali rivendicava la legittimità di unica depositaria della tradizione massonica.  
Subito dopo il luglio del 1943, che decreta la sconfitta della politica mussoliniana e la caduta del regime fascista per opera degli stessi fascisti, c'è nuovo fermento in Italia, c'è mobilitazione sociale, si pensa già al domani. Il fascismo sembra ormai un brutto sogno che si sta lasciando alle spalle, c'è voglia di cambiare pagina, di costruire qualcosa di nuovo, è una febbre che pervade tutti gli italiani e, tra questa voglia di costruire, c'è anche la volontà di ricostruire la Massoneria. Che fine aveva fatto la Massoneria durante il fascismo? Dopo averla spazzolata per bene a colpi di manganello nel biennio 1924-25, una legge ad hoc ne determinò la cancellazione a fine 1925. Nel 1926 in Italia non esisteva più una loggia massonica perché fuorilegge, molti massoni avevano indossato la camicia nera, chi con stizza chi con convinzione.


Anche a Taranto i primi vagiti del fascismo si erano avuti con massoni alla Pasquale Imperatrice e Antonio Torro, che poi non perse occasione di sputare nel piatto dove aveva mangiato2. Vi si avvicendarono i Leonardo Mandragora, Milziade Magnini, Cesare Blandamura, Alessandro Amaduzzi, tanto per citare i maggiori, che furono tra l'altro i protagonisti anche della vita fascista a Taranto. I massoni tarantini, come altrove, si divisero in quelli che aderirono al fascismo con convinzione, raggiungendo posizioni di favore, quelli che ne erano costretti obtorto collo per poter lavorare, quelli che non aderirono e fecero la scelta dell' esilio come Ernesto Candelli, che se ne andò in Francia e lì fu iniziato alla L. «Italia» nel 1935. Quelli che restarono operarono nella clandestinità come il notaio Carano, che nel 1935 fu al centro di un'operazione di polizia perché sospettato di tenere loggia massonica nel suo studio. 
Dopo il venticinque luglio l'Italia rinasce, e rinasce anche la massoneria. Ma dobbiamo parlare non più di massoneria, ma di massonerie. Nel 1908 esistevano due massonerie, quella del Grande Oriente d'Italia detta di Palazzo Giustiniani e l'altra, la Serenissma Gran Loggia d'Italia detta di Piazza del Gesù, scissioni sta della prima. Ma nel dopoguerra, a causa del vuoto normativo che caratterizzava le associazioni - e che tuttora le caratterizza - l'Italia pullulava di organizzazioni massoniche, ciascuna delle quali vantava legittimità d'origine, anche se erano composte da pochissime logge. Tra i gruppi massonici maggiori si imponevano il Grande Oriente d'Italia e la Serenissima Gran Loggia, ma a Taranto c'era anche di più.  


I. La Massoneria del Grande Oriente d'Italia o Giustinianea


1. La transizione

Sia attraverso un lavoro in clandestinità presso abitazioni private, sia con una articolata attività all'estero, la Massoneria del Grande Oriente d'Italia riuscì a proseguire la sua attività di fiancheggiamento alle altre organizzazioni antifasciste. A Roma il 4 giugno del 1944 si formava a casa dell'avv. Cipollone il Comitato di Gran Maestranza, composto da Umberto Cipollone, dal dirigente comunale, futuro sindaco di Roma, Guido Laj e dal magistrato di Cassazione Gaetano Varcasia. L'intento era di «concorrere a mantenere efficienti l'unione dei partiti tutti della democrazia», in altri termini, la riproposizione dei blocchi popolari. Vi fu in quel periodo una nuova attenzione da parte delle giovani generazioni verso la Massoneria, che poteva rappresentare un retaggio di cultura familiare, un'entità fascinosa non ben definita. Sotto il profilo politico la situazione massonica era tutt'altro che unificata, era il trionfo della frammentazione: si andava dal monarchico Fronte Volontari della Libertà di Roberto Bencivenga e di Edgardo Sogno all'alleanza democratica di Arturo Labriola, passando per il partito democratico del lavoro di Ivanoe Bonomi e Meuccio Ruini sino ai liberali e democratici di Giovanni Porzio, Giuseppe Paratore, al partito d'azione con Alberto Cianca, ai socialisti come Giovanni Mori e Eduardo di Giovanni, ai comunisti come Bruno Sonnino.
A Taranto il risveglio si deve ad un massone di Sava, Gino Caraccio, iniziato nella L. «Prometeo», che cominciò a contattare altri massoni sia della sua vecchia loggia che della L. «Giulio Cesare Vanini» già nel 1943, appena dopo la fine del regime. Fu però bloccato da un agente dell'Ovra, che lui ricordava come un fratello massone, che lo arrestò. Comunque, nonostante questo episodio, l'operazione di riunificazione passò nelle mani del medico Ugo Ragusa, che aveva contatti con massoni rifugiati all'estero, potendo così ricevere notizie dal Grande Oriente in esilio. Probabilmente il suo contatto  era il tarantino Ernesto Candelli della L. «Italia» di Parigi. Ragusa riuscì nell'intento ed il giorno 20 giugno 1944 vi fu la rinascita della L. «Prometeo», formata esclusivamente da massoni che facevano parte, prima del 1925, delle due logge giustinianee. Ciò che auspicavano i Fratelli degli anni '40-'50 era la riunificazione di tutte le forze massoniche per riportare l'istituzione all'antica gloria dei tempi di Adriano Lemmi e della L. «Archimede». Ma questa era la bella utopia che si scontrava con le mediocri convinzioni dell'epoca.


2. La rinascita

Le colonne furono reinnalzate il 20 giugno del 1944. Nel febbraio 1945 facevano parte della L. «Prometeo» i seguenti fratelli: Gino Caraccio 31° (Venerabile) 16, Ugo Ragusa 9° (Primo Sorv.), Gennaro Caputo 18° (Secondo Sorv.), Adolfo d'Erasmo 18° (Oratore), Rocco Salvatore Pagliacci 4° (Segretario), Giuseppe Taormina 3° (Copr. Int.), Domenico De Vita 18°, Walter Blasi 18°, Nicola Turi 9°, Cesare Mormile 4°, Cesare Cataldi 3°, Pasquale Casulli 3°, Francesco Serra Manichedda 3°, i quali nella riunione di IV grado di Rito Scozzese elevarono al grado di Maestro i compagni Iurlaro, Gravina, De Luca, e l'apprendista Panunzio, iniziati tutti nel 1924 e per vent'anni bloccati al grado e promossi per la loro fede. A fine giugno la loggia procedette al primo rinnovo delle cariche, confermando il fr. Caraccio, che nel frattempo era stato elevato al grado 32° del RSAA, alla carica di Venerabile, confermando Ragusa a quella di Primo Sorvegliante, ma eleggendo Matteo Fago 18° a Secondo Sorvegliante, Aurelio Marchi 18° a quella di Oratore. Nel volgere di qualche mese la loggia contava circa 52 iscritti, soprattutto vecchi fratelli che rifiuivano nell'unica loggia giustinianea.  
Caraccio stava conducendo un superbo lavoro di ricostituzione ed era attentissimo a tutto ciò che accadeva sia dentro che fuori la loggia. Allarmato, aveva scoperto che gli antagonisti di Piazza del Gesù avevano costituito due logge, la «Sauro» con Domenico Bonavoglia 33° (rubricato al casellario giudiziale) e la «Garibaldi» con Giuseppe Vozza 33° (reduce dalla prigionia e non ancora discriminato, moralmente bacato, già espulso da una ditta di grande importanza per peculato, non denunziato), piene di elementi fascisti, che forse stavano riorganizzandosi per la riconquista del potere, al riparo delle logge massoniche. Temeva che, essendo ancora vigente la legge sulle associazioni segrete del 1925, potesse scoppiare uno scandalo, che avrebbe potuto coinvolgere anche la «Prometeo». Per questi motivi chiedeva lumi al Comitato della Gran Maestranza composto dalla triade Cipollone-Laj-Varcasia. Apprese in tale circostanza che ovunque era la stessa storia, ovvero che Raoul Palermi, Gran Maestro della Massoneria di Piazza del Gesù, raccattava dappertutto senza batter ciglio sulle qualità morali e politiche al solo scopo di ingrossare le fila, e che dietro tutto c'erano i soldi dei monarchici. Caraccio vagheggiava il ritorno della massoneria di tradizione, quella di Adriano Lemmi per intenderei, proiettata con successo nell'ambiente socio-politico, quale collante e stimolo per i partiti: «La Massoneria dovrebbe e potrebbe ottenere la coesione di tutte le forze sinceramente democratiche, ma non con azioni lasciate alle singole Valli sebbene con l'azione concorde di tutti i Corpi massonici, diretta dai Poteri centrali».


3. La Loggia «Prometeo»

La L. «Prometeo» del Caraccio non era né fascista né comunista, ma si richiamava esplicitamente alla tradizione laica di tipo liberale e mazziniano, con un grosso accento sul senso della Patria (in particolare nella crisi del 1946 per il nuovo assetto dei confini italiani all'est) e trattava problematiche di scottante attualità come la riduzione d'autorità dei prezzi delle merci varie e alimentari, oppure la crisi degli alloggi, culminata nella normativa di emergenza che imponeva la requisizione degli alloggi sfitti. La loggia discusse il problema mandandone nota al G.O.I. .

Nel 1946 il Grande Oriente cominciò ad assumere una fisionomia chiara e definita con la gran maestranza di Guido Laj, alla cui elezione concorse anche la L. «Prometeo»:  
Profondamente convinto che ... l'Ordine Mass. non possa estraniarsi dalla vita attiva e dallo studio dei problemi di natura politica e sociale24, il G.O. desidera conoscere intorno ad essi il pensiero della Comunione Mass. Italiana:


1)    Modalità per l'elezione, durata in carica e poteri del Presidente della Repubblica;  
2)    Sistema parlamentare, monocamerale o bicamerale;  
3)    Nomina, funzioni e poteri del Capo del Governo,dei Ministri e dei Prefetti;  
4)    Indipendenza della Magistratura ed eventuali riforme giudiziarie;  
5)    Rapporto tra Stato e Chiesa. Scuola laica nello stato confessionale;  
6)    Proprietà e lavoro nella nuova costituzione. Ciascun Venerabile provvederà allo svolgimento dei temi suddetti ...


Fedele all'input Caraccio proponeva a nome della loggia la costituzione in ambito dell'assemblea costituente (la commissione dei 75 cui faceva parte anche il fr. Meuccio Ruini) della regione ionico-salentina con Taranto capoluogo e con allargamento dei confini ad ovest sino ad Amendolara.  
Il 1947 segnò una data storica nella vita della loggia: l'inaugurazione nel mese di gennaio della casa massonica sita in via Leonida n. 6 primo piano. Nel luglio del 1947 la L. «Prometeo» contava ben 107 iscritti, al punto tale da accondiscendere al distacco di 24 fratelli per la ripresa dei lavori della loggia «Giulio Cesare Vanini». La disciplina era abbastanza serrata tant'è che il tribunale di loggia espulse un massone apprendista, Armando Lieti, che si era iscritto alla loggia irregolare «Battisti» per trarne vantaggi personali, ma resosi subito conto che era stato gabbato, era tornato a bussare pentito alle porte della L. «Prometeo». Venne quindi considerato uno squallido profittatore e come tale fu cacciato.
Nel 194 7 ci fu il cambio della guardia, il maglietto passava da Caraccio a Ugo Ragusa 30°. Il 15 luglio 1947 la loggia si riunì in tornata straordinaria per accogliere il Sovrano Gran Commendatore del RSAA Tito Signorelli 33°. Erano tempi in cui era ancora stretta la sudditanza dell'Ordine al Rito. Intanto il 12 settembre la L. «Vanini» dava inizio ai suoi lavori.  
Le spese del tempio erano in comune alle due logge e veniva eletta una commissione finanza composta da fratelli di entrambe le logge per la speciale gestione.


4. Il nuovo tempio massonico e le commissioni

Sin dalla ricostituzione la loggia si riuniva nell'abitazione privata di qualche fratello in modo informale, nel senso che non esisteva una Casa Massonica, non si indossavano grembiuli né insegne perché ... non le avevano. Solo nel 1946 compare l'abbigliamento rituale. Era stato preso in locazione un appartamento al primo piano del civico 6 in via Leonida, e per tutto l'anno si approntarono lavori sia alla struttura che all'arredo del tempio. Grandi economie per vederle realizzate il 9 gennaio 1947, con l'inaugurazione dei locali. Nulla fu lasciato al caso, così la Massoneria giustinianea aveva nuovamente la sua sede. Quella tornata vide il trionfo di Gino Caraccio, che aveva caparbiamente voluto ricostituire la loggia all'insegna della serietà e della scrupolosa osservanza della tradizione, e volle nella circostanza inaugurare i lavori con una sua tavola architettonica”Il Tempio”, da cui traspariva il pensiero massonico dell'autore.  
Nell'ottobre del 1945 Caraccio dette applicazione agli Statuti che prevedevano la costituzione di Commissioni specializzate di lavoro. Si trattava di gruppi, nominati dalla loggia, formati da massoni particolarmente competenti in determinate materie, che potevano offrire contributi maggiori in termini di specializzazione e di profondità di analisi. Presidente di diritto era il Venerabile che partecipava alle riunioni, il lavoro delle commissioni era sottoposto al suo vaglio, quindi era portato in loggia per la conoscenza e la discussione e l'approvazione. Non sembra che tale democraticità fosse sempre realizzata. Molto spesso il lavoro della commissione era accettato così come era, come risulta dai verbali di loggia, ove non si nota una discussione frequente sulle relazioni delle commissioni.  
Le commissioni erano complessivamente sei: la commissione Politica, la più delicata fra i gruppi, perché aveva il compito di seguire e vigilare su fatti politici del mondo profano e di altre obbedienze che potevano riguardare l'Ordine o la loggia, e riferirne tempestivamente al Venerabile ed alla loggia alla prima tornata utile, oltre naturalmente ad una attività propositiva; primo presidente fu nominato Rocco Salvatore Pagliacci, secondo Ugo Ragusa, terzo Caraccio; i componenti erano elementi ben inseriti in diversi ambienti sociali.  
La commissione Opere Pie doveva individuare i profani destinatari della beneficenza della loggia, scegliendo le priorità della miseria; a tale incarico fu ripetutamente nominato presidente Andrea Cristadoro.  
La commissione Finanza era quella che si occupava dell'economia della loggia, predisponendo il bilancio annuale, residuando al Tesoriere il ruolo di esattore; tale commissione vide come presidente Ugo Ragusa, che si alternava con Renato De Cesare; la commissione Pubblica Amministrazione invece doveva «occuparsi di tutto quanto si riferisce alla pubblica amministrazione, rilevando le manchevolezze e facendo opportune proposte per eliminarle, interessarsi delle imminenti elezioni amministrative, delle necessità di questo capoluogo e della sua popolazione, ecc.» ed aveva come presidente Adolfo D'Erasmo.  
La commissione Propaganda doveva «occuparsi oltre che della propaganda nel mondo profano, del reclutamento di elementi meritevoli di far parte della nostra Famiglia, del movimento contrastante la nostra Istituzione, dei mezzi idonei ad eliminare le difficoltà che potranno presentarsi all'incremento della nostra officina, ecc.»; primo presidente fu eletto Renato De Cesare 30°, che si impegnò con periglioso zelo. Risulta, infatti, che fece realizzare un opuscolo con idee mazziniane, propose l'ammissione degli operai, classe sociale estranea alla massoneria del dopoguerra, favorendone anche la costituzione di una loggia ad hoc, insistette per l'avvicinamento dei giovani, propose la costituzione della biblioteca invitando innanzitutto i fratelli a far dono di libri, propose la realizzazione del labaro di loggia in quanto il precedente era andato smarrito, sollecitò l'azione di restituzione della statua di Ercole dell'antico tempio di via Giovinazzi, indebitamente detenuta da un certo Talamo; sensibile all'evoluzione della donna, propose di «dare delle serate cinematografiche di propaganda», propose di chiedere l'autorizzazione al Grande Oriente «di iniziare un lavoro femminile, magari cominciando con un triangolo, che potrebbe, man mano, allargarsi fino a diventare già loggia»: il successivo anno la loggia eleggeva presidente Angelo Giuliano 18°.  
Ultima la commissione Istruzione ed Educazione, che ebbe ripetutamente come presidente Luigi Buonfrate 4°.


5. Gli interessi della loggia

Ogni tanto l'armonia della loggia era scossa da qualche fremito polemico. Ad esempio nel 1948 sorse la diatriba sulla compatibilità dell'iscrizione al partito della Democrazia Cristiana. L'occasione era sorta dalla notizia dell'appartenenza del fr. Onorato Casulli a tale partito non da semplice iscritto ma da vicesegretario di Massafra. Qualcuno sollevò dubbi di compatibilità ma altri come il fr. Bucci fece presente che non potevano ravvisarsi ragioni oggettive per escludere dalla Comunione gli iscritti alla Dc. Successivamente si levò la voce dell'Oratore, Fr. Guglielmo Armentani 30°. Da vecchio fascista e da presidente dell'associazione mutilati ed invalidi di guerra, assimilò la Dc al comunismo tirando in ballo un discorso del G.M. Laj, le opinioni dei fratelli americani sul governo De Gasperi, collaterale al clericalismo, l'inserimento dei patti lateranensi nella costituzione repubblicana. Tale intervento suscitò alte ovazioni. Ma le attenzioni non erano puntate solo verso la Dc ma soprattutto verso le mire della destra missina ed in particolare verso i vecchi fascisti. In tal caso, come da direttive del G.M., doveva essere esaminato caso per caso, ma certamente se non c'era una pregiudiziale esisteva una particolare pignoleria verso tali domande di adesione.
Non è da pensare che in loggia si trattassero sempre e solo argomenti di natura profana. Periodicamente emergevano tornate cariche di suggestioni simboliche ed esoteriche, come ad esempio una memorabile riunione che vide protagonista il fr. Vincenzo Lillo 18°, il5 febbraio 1948, quando trattò il tema Dante massone, «orme incancellabili del pensiero iniziatico che appaiono nel simbolismo della Commedia», oppure storiche come la magistrale commemorazione di Giuseppe Mazzini ad opera del fr. Armentani il successivo 11 marzo. Armentani incarnava l'anima movimentista della loggia, arrivò al punto di proporre la formazione di una commissione formata di ex combattenti e mutilati di guerra. Altra occasione che la loggia ebbe per far sentire la sua voce fu il progetto di viabilità urbana. I ffrr. Nicola La Nave e Rocco Salvatore Pagliacci facevano parte dell'apposita commissione comunale, pronti a portare il contributo della loggia. Si discusse la necessità di iscriversi alla associazione «Dante Alighieri» e di entrare nel direttivo. Quale importanza aveva la «Dante»? Lo spiega il G.M. Ugo Lenzi nella circolare n. 3 del 7 aprile 1949: « ... sorta da molti decenni per opera di nostri Illustri fratelli con lo scopo di difendere l'italianità e di mantenere l'uso della nostra lingua nelle terre irredenti, restò segnacolo di patriottismo e di rivendicazioni nazionali. Ai nostri giorni ... la funzione della Dante appare di assoluta necessità per il ricongiungimento di Trieste alla Patria italiana, per la difesa dei nostri diritti coloniali, frutto di molto sangue e di lungo lavoro, in una parola per alleviare i danni ed i tormenti derivati all'Italia da un durissimo trattato di pace». La sollecitudine invocata non veniva però coronata da successo. Per le elezioni del consiglio direttivo della «Dante», su 60 fratelli iscritti se ne presentarono appena 22. Non era incapacità, ma solo indifferenza.  
Il massone Angelo Conte rese nota la possibilità di essere nominato presidente della speciale commissione della Camera del lavoro per la disoccupazione nella provincia di Taranto, e voleva circondarsi di collaboratori fidati come i fratelli di loggia. I ffrr. D'Ammacco e Giancane sollevarono la questione della crisi dell'industria navalmeccanica, i Cantieri Tosi, che aveva comportato ben 1250 licenziamenti in una città che più di altre pagava un prezzo altissimo (abituata come era ad una monocultura di guerra), proponendo di investire il Grande Oriente per intervenire presso autorevolissimi fratelli di alti complessi industriali o di organismi parlamentari per convogliare commesse di lavoro presso gli stabilimenti di Taranto. Ma era tutto inutile, come onestamente e mestamente precisava Caraccio: la Massoneria così come era, debole e frammentata, non era in grado di poter incidere in nessun modo sulle scelte politiche31.  
Particolare sensibilità era mostrata verso l'istruzione scolastica, vecchio cavallo di battaglia massonico, a difesa della laicità dell'insegnamento (aumentare l'attività e la penetrazione nella classe degli insegnanti, la più qualificata a resistere alla corrente confessionale che si vuole a tutti costi instaurare nella scuola). Quando si aveva informazione di qualche riunione scolastica, se ne parlava in loggia ed alcuni fratelli si facevano carico di parteciparvi.


6. La solidarietà

Tutto sommato, a giudicare dalla documentazione rinvenuta, la solidarietà tra fratelli, il cosiddetto mutuo soccorso, croce e delizia della Massoneria, che ha attirato specie nel secondo dopoguerra schiere di accattoni e profittatori (ecco spiegato il motivo della morosità e dell'assenteismo, nonché quello di conseguenti affiliazioni alle più disparate obbedienze), non è stata l'occupazione principale della L. «Prometeo». Si registrano invece, con soddisfazione, degli atti di solidarietà verso profani in condizioni di profonda miseria, come quelli verso le vedove con figli o verso capifamiglia inabili al lavoro per malattia. Del resto la solidarietà divenne un problema tanto sentito nell'intera istituzione da indurre il Gran Maestro Ugo Lenzi, assalito dovunque da richieste, ad emanare una circolare per trattare ad hoc l'argomento: «pervengono le più svariate richieste di solidarietà e non sempre per il tramite dei Venerabili e neppure per scopi giustificati o semplicemente possibili nella loro realizzazione». Prendendo esempio dall'atteggiamento di Nathan, Lenzi ammoniva che «oggi più che mai bisogna dare prova di rigida austerità e sfatare l'accusa, mossa alla Massoneria da malevoli avversari e cioè che la nostra fratellanza non sia che un'associazione di mutuo soccorso e di mutuo incensamento ... chi entra in massoneria deve apprestarsi a dare molto di più di quello che possa eventualmente ricevere. Bisogna avere il coraggio di avvertire chi batte alle porte dei nostri templi che la qualità di Massone, in molti casi, può essere più dannosa che utile in un mondo diffidente ed ostile». Per regolamentare le questue, Lenzi istituì la Commissione per la solidarietà che funziona ancor oggi.  
Nel 1951 prese il maglietto Mario Cugini, tentando di imprimere una svolta più aperta al sociale ed al politico, con accentuazione anticlericale: «È necessario lavorare intensamente per minare i confessionali, i quali operano nell'ombra per distruggere le forze sane dei popoli e poterli asservire ed aggiogare alloro carro. Per far ciò è indispensabile parlare ed occuparsi anche di politica e che tutti i fratelli, ognuno nel proprio campo, operino e non disertino di fronte alla lotta». Quindi esponeva le sue critiche politiche al governo democristiano, alla riforma agraria, alla necessità dell'istituzione della corte d'assise presso il tribunale di Taranto. Il grido di battaglia era lanciato, ma chi lo raccolse? Cugini continuava a sottolineare la congiura del regime contro la massoneria, citando l'episodio della censura di un'intervista al Gran Maestro Aggiunto Guido Francocci, che doveva essere trasmessa da un programma radiofonico; oppure incitava all'impegno politico diretto dei fratelli nelle formazioni partitiche non ostili alla massoneria. Con le elezioni amministrative del giugno 1951, la massoneria tarantina mandava in consiglio provinciale tre fratelli, altri tre in consiglio comunale, e fra questi il fr. Giuseppe Giancane della L. «Prometeo» era entrato nella giunta comunale.


7. Francesco Paolo Como e la Massoneria

Una delle passioni che accompagnò per tutta la vita Francesco Paolo Como, il nostro Cicce Paule, fu la Massoneria. Fu iniziato nella L. «Archita» a Taranto 1'8 novembre 1911, elevato al grado di compagno il 18 marzo del 1921 e dopo quattro mesi fu elevato al grado di maestro massone. Nato a Taranto il 25 marzo del 1888 da famiglia a forte radicamento repubblicano, sentì fin da ragazzo un'attrazione speciale verso la scultura, il lavoro con il martello e lo scalpello, tipici utensili massonici. Deve la sua fama al monumento di piazza XX settembre, poi piazza della Vittoria, che fu la croce ed il capolavoro della sua vita.  
Nel 1923 risultò vincitore del concorso per l'edificazione di un monumento della Vittoria con la commissione esaminatrice formata dal suo Maestro Ettore Ferrari, in funzione di presidente (ex Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia ed attuale Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese, cui apparteneva anche il Como); Alessandro Amaduzzi, massone; Giuseppe Guastalla, scultore, massone. Il compianto Giacinto Peluso34 ricorda i rapporti non facili tra il Guastalla, nominato dalla commissione tarantina per controllare l'andamento del lavoro di Como, e quest'ultimo, al punto tale che Guastalla dovette rinunziare all'incarico. Ciò significa che pur essendo entrambi massoni non vi era alcun vincolo di subordinazione l'uno dall'altro. L'idea insita nel monumento del Como, a parte quella ufficiale, si presta ad altri livelli di lettura.  
Sono rappresentati, per chi sa leggere, i simboli massonici quale il triangolo, le due colonne, il sancta santorum del tempio, la vittoria della sapienza che guida i maestri. La posizione delle figure attorno alla Dike raffigura per la maggior parte il segno del maestro massone, il numero tre. Il Como aveva dovuto piegare il capo al fascismo per poter lavorare, ma era rimasto intimamente sempre un fervente repubblicano, mantenendo sempre viva l'idealità massonica. Infatti, 1'8 febbraio 1945 propose domanda di adesione alla ricostituita L. «Prometeo», da cui poi si sarebbe staccato per costituire il gruppo rifondatore della L. «Giulio Cesare Vanini». Frequentò per qualche anno, il tempo di accorgersi che quella che stava vivendo non era più la massoneria dei suoi anni verdi, la forza rivoluzionaria delle idee. Il presente era lontano da quegli ideali risorgimentali, cosÌ si mise da parte, fino a quando non fu depennato dal piedilista della loggia il4 maggio 1951.

 

 


II. La Massoneria di Piazza del Gesù

 


Dopo il tempestoso 25 luglio del 1943 i massoni si resero conto che il fascismo era giunto allo stadio terminale. Il 4 dicembre 1943 nella casa romana di Salvatore Farina si ricostituì il Supremo Consiglio di RSAA della Serenissima Gran Loggia di piazza del Gesù, che vide la partecipazione di vari componenti dello stesso Consiglio prima dello scioglimento del 1925, tranne Raoul Vittorio Palermi, che era ancora terrorizzato dagli avvenimenti. Questi tentò di riciclarsi come antifascista e partigiano ma con scarsi risultati, considerato anche che troppi sapevano dei suoi trascorsi e qualcuno, come Carlo De Cantellis lo aveva anche tacciato di essere stato una spia dell'OVRA fascista, la famigerata polizia segreta del regime, notizia poi confermata da una ricerca di qualche anno fa.  
Piazza del Gesù dette avvio ad una libanizzazione di gruppi e gruppuscoli, ciascuno rivendicante legittimità e regolarità, comminando scomunica agli altri, tentando di accreditarsi all'estero, in particolare agli americani del RSAA per avere appoggi e sovvenzioni. Palermi aveva perduto ogni riconoscimento all'estero, pertanto il campo era libero e la posta andava guadagnata dal vincitore. Ormai l'ottantenne Palermi era tagliato fuori e dal gennaio 1946 si ritirò a vita privata, dando le dimissioni dalla massoneria durante la Pasqua del 1947, momento in cui manifestò apertamente il suo avvicinamento alla chiesa cattolica, partecipando ai sacramenti. Morì a Roma il 3 febbraio 1948 con esequie religiose. Alla sua morte più di qualche loggia fu istituita, o mutò titolo distintivo col suo nome, anche a Taranto, e proprio con la loggia «Sauro».


1. La difficile unificazione

Venne avviato un processo di unificazione fra le due «famiglie)) massoniche, ma l'operazione doveva concludersi con un fallimento. Non è difficile comprenderne le ragioni. Piazza del Gesù era caratterizzata da impronta conservatrice accogliendo nelle sue logge i monarchici e i fascisti, mentre il Goi aveva un'impronta di tipo democratico, vicina alle posizioni dei repubblicani, socialdemocratici, liberali e socialisti. Come potevano stare insieme e trattarsi fraternamente i persecutori ed i perseguitati? Dovettero tutti turarsi il naso ma non poté durare per molto.  
Il 1950 risultò un anno fatidico per la massoneria tarantina ed in particolare per la L. «Prometeo». Avvenne infatti l'evento da sempre auspicato come la panacea di tutti i mali che affliggevano la massoneria in Italia: la riunificazione con Piazza del Gesù. In realtà fu un fuoco di paglia perché sia a livello locale che a livello nazionale non portò i risultati sperati anche se qualcosa cambiò. La loggia, attraverso i suoi maggiorenti, che erano alti gradi del Rito Scozzese (Caraccio, Ragusa, Cugini, ed altri) si trovò a gestire tutta l'operazione confrontandosi con i Fratelli Vozza, Frascella, Lo Martire, Scalinci.  
Negli anni 1949-50, oltre alle due logge giustinianee, esistevano a Taranto diverse logge di Piazza del Gesù: oltre alla L. «Dante Alighieri» di Sava, alla L. «Giovanni Bovio» di Mottola, alla L. «Trieste» di Laterza, ad un triangolo massonico a Massafra, la L. «N. Sauro», (la loggia «Garibaldi», sorta tra la fine del 1944 e l'inizio del 1945 passò al G.G.I. con i suoi trentotto aderenti ed il suo Venerabile Ildebrando Frascella, ex prete, giornalista e agricoltore di Carosino); la L. «Mazzini», costituita intorno al 1947, retta dal venerabile Alessandro Amaduzzi, vecchia conoscenza della L. «Prometeo» ante 1925, con un piedilista di cinquantaquattro aderenti; la loggia «Fiume», di cui si hanno scarse notizie, dalla vita breve perché fondata e retta da militari, soggetti a trasferimenti continui (comunque al momento della confluenza nel G.G.I. il piedilista contava trentadue iscritti); ed infine la L. «C. Battisti» retta da Giuseppe Vozza 33°, e successivamente da Terenzio Lo Martire, insegnante, che per oltre un decennio farà molto parlare di sé. Tutte queste logge si riunivano nel Tempio di via Gorizia n. 37 secondo piano.  
Questo era il quadro della situazione, anche se, per completezza di informazione, bisogna aggiungere che in quegli anni operava in Taranto anche un'altra loggia, la «Stella d'Italia», all'obbedienza di Palazzo Brancaccio, la Famiglia massonica di Arturo Labriola e di Andrea Camillo Finocchiaro Aprile, composta da una ventina di elementi e retta dal Venerabile Rocco Iavernaro, insegnante, che successivamente si affiliò alla massoneria di Piazza del Gesù.  
Già alla fine di novembre 1949 si cominciava a parlare di fusione, e l'argomento era spinoso perché si discuteva sui criteri e modalità di tali passaggi. Caraccio, Ragusa e Guida (presidente della Camera di IV grado), erano molto prudenti e stavano lavorando diplomaticamente. La sera del 23 febbraio 1950 Caraccio informò la loggia dell'avvenuta fusione, l'evento fu salutato da un applauso. Così, nella fatidica tornata del 16 marzo presso il tempio del Grande Oriente in via Leonida n. 6 si celebrò, tra lacrime, abbracci e paroloni di circostanza, la tanto agognata riunificazione tra le due Famiglie massoniche. Giuseppe Vozza si abbandonava ad idilli del tipo «quella catena d'amore che mai s'infranse sarà più salda che mai nell'avvenire luminoso dell'universale Massoneria»36, come dire che chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, scurdammoce o'passato.  
Catena che non doveva esser tanto salda dal momento che si spezzò dopo appena tre anni. All'inizio tutto sembrò filare liscio, con scambio di visite, lavori congiunti ove venivano trattati argomenti di taglio simbolico o storico mentre gli argomenti sociopolitici erano riservati ai lavori della singola loggia, poi i caratteri dei vari Potentissimi ebbero la meglio sulle esigenze di armonia. Se Caraccio proponeva qualcosa, Vozza precisava che le decisioni dovevano assumersi nel Collegio dei Venerabili, di cui lui era presidente. Se si nota che su sette logge solo due erano di discendenza G.O.I., la maggioranza era sempre da parte delle altre cinque di discendenza Piazza del Gesù, determinandone la costante egemonia. Altro argomento spinoso era l'amministrazione dei due templi. Inizialmente si decise di unificare la gestione dei tesori di tutte le logge mantenendo la gestione dei due templi, poi i giustinianei si accorsero che i costi di gestione erano aumentati notevolmente a loro discapito e proposero la demolizione del tempio di via Gorizia, ma davanti alla ovvia levata di scudi delle cinque logge ripiegarono sulla proposta di scindere l'amministrazione delle logge. Venne poi ventilata l'ipotesi di far costruire un tempio di proprietà della Valle del Tara, ovvero di tutti i fratelli sotto scrittori di quote azionarie del valore di £. 10.000 ciascuna (nel 1951) mediante rate mensili di £. 50037. Il G.M. Ugo Lenzi dedicò una intera circolare per spiegare alla Comunione l'operazione di riunificazione con la Famiglia di via della Mercede di Giulio Cesare Terzani e Ernesto Villa. Il fallimento fu dovuto, secondo Lenzi, al fatto che nell'imminenza dell'accordo spuntarono «nuove richieste avanzate dalla famiglia di Piazza del Gesù che contrastano nella lettera e nello spirito con la Costituzione del Grande Oriente d'Italia».  


2. La Loggia «Sauro»


La loggia «Nazario Sauro» fu la prima loggia tarantina ad essere rifondata dopo il fascismo, nel 1944 da Domenico Bonavoglia 33°, Ispettore provinciale, e si riuniva nei locali adibiti a rifugio antiaereo di Palazzo Ameglio su corso Due Mari. Dopo qualche anno, nel 1947, in via Dante n. 28. Domenico Bonavoglia era un uomo poliedrico, imprenditore edile, commerciante di marmi, dall'intelligenza acuta e insospettabile onestà ma aveva un grande cruccio: non aver potuto conseguire un titolo di studi. Era un uomo che si era fatto da sé, partendo dalla gavetta, ma gli era rimasto il fascino della cultura, per cui divenne un accanito lettore al punto tale da formarsi una robusta conoscenza da autodidatta e amava circondarsi di persone di cultura come i docenti scolastici del tempo. Ma Bonavoglia doveva fare i conti con un altro personaggio di primo piano della massoneria del dopoguerra, Giuseppe Vozza 33°, Ispettore provinciale, che per asperità caratteriali non riusciva a riconoscere nessuno suo pari ma solo subalterni.  
Pertanto un semplice venerabile come Bonavoglia, sebbene 31° RSAA, non avrebbe dovuto che seguirlo docilmente sulla via dell'illuminazione da lui tracciata senza osare pretese di autonomia. Vozza era bancario di professione, partecipò ad entrambe le guerre mondiali; fervente e convinto fascista e tenente colonnello nel secondo conflitto partecipò alla campagna d'Africa dove fu ferito e fatto prigioniero dagli inglesi, e mandato in un campo di prigionia indiano; profittando di tale periodo di cattività si dedicò allo studio delle filosofie orientali ed approfondì gli studi sull'esoterismo iniziatici, condensando i suoi studi in un manoscritto, mai pubblicato, Dizionario dei termini esoterici e misteriosi. Tornato in Italia nel 1945, si dedicò da un lato a ricostituire la massoneria scozzese di Piazza del Gesù, dall'altro a riorganizzare l'associazione Mutilati ed Invalidi di Guerra di cui fu Presidente per vari anni, e da cui poté esercitare, in quegli anni particolari del dopoguerra, un insospettato potere di pressione politica e clientelare.  
Una delle occasioni di scontro fu costituita dalle dimissioni di Terenzio Lo Martire, che insieme ad altri costituì la loggia «Cesare Battisti». Lo scontro portò la loggia Sauro al deferimento dinanzi al Governo dell'Ordine ed alla sua conseguente demolizione con decreto n. 209 del 25/02/1948. Ma siccome in massoneria nulla è definitivo ma tutto è relativo nel tempo e nelle persone, con successivo decreto n. 1335, per ragioni rimaste finora occulte, la loggia venne ricostituita all'obbedienza della Serenissima Gran Loggia  
d'Italia e scoppiò la pace tra il Vozza e il Bonavoglia. Non è affatto azzardato affermare che da quelle logge massoniche transitò la dirigenza scolastica tarantina, presidi, direttori e docenti, eccetto quella ovviamente che gremiva le parrocchie. Bonavoglia era stato un investitore in tutti sensi nella massoneria, realizzò a sue spese i templi massonici di via Dante e via Gorizia.  
Legato a Raoul Palermi, non sappiamo se per ingenuità o interessi, inviò il 25 agosto 1947 a tutti i massoni tarantini un proclama zeppo di inesattezze e di piaggeria nei confronti del vecchio Palermi, non sapendo o non dicendo che quello aveva dato le dimissioni da tutte le cariche massoniche. Quando il 3 febbraio 1948 Palermi ascese alle Valli Celesti, la loggia fu demolita per essere subito dopo ricostituita col titolo distintivo di «R. Palermi», ma a causa di una forte crisi interna si scisse in due tronconi, di cui il primo restò all'obbedienza di Piazza del Gesù, il secondo, formato da sedici fratelli, recuperò il titolo distintivo di «Nazario Sauro» e con il Venerabile Amilcare Scalinci passò all'obbedienza di Palazzo Giustiniani nel 195039. Comunque dal 1952 sorsero problemi strutturali nella loggia «Sauro» che si riflettevano nella sporadicità delle riunioni40• Da 19 iscritti a piedilista la loggia si riuniva con nove fratelli al punto tale da radiare gli altri dieci41; ciò non toglie che quei pochi partecipassero in qualche modo alla vita massonica. Risulta infatti una colletta di £ 3.030 in occasione dell'alluvione del 1951. La crisi della loggia si conferma interamente nel 1953 presentandosi ridotta a soli undici affiliati, perché ben nove fratelli (Albore, Barbaro, Scalinci, Franco, Ligorio, Comegna, Gennaro, Antonucci, Conenna) chiesero ed ottennero il trasferimento alla L. «Battisti». L'agonia della Loggia non durò a lungo. A seguito di informative del marzo 1954 dal fiduciario del Goi, Gino Caraccio, si apprese che la «Sauro» aveva da tempo cessato qualsiasi attività. Quindi, con decreto dell'8 aprile, il Gran Maestro ne decretò la demolizione.  
Venerabile della L. «Palermi» il prof. Imbriani Martellotta 18° RSAA, già proveniente dalla L. «Giovanni Bovio», insieme ai seguenti fratelli: Caffio Vincenzo, D'Onofrio Costantino, Scarfaccio Riccardo, D'Alò Arcangelo Raffaele, Laudano Giuseppe42, Ettore Ottino 33°, Zuccardi 30°, Maranò 3043, Capellini Ertè, Renato Ruggero che assumerà la carica di venerabile. Col ritorno della L. «Sauro», la L. «Palermi» mutò il titolo in L. «Sauro» per tornare all'antica consistenza aggregativa. Poiché Bonavoglia faceva parte della «Palermi» stabilì che la rinnovata L. «Sauro» dall'inizio del 1954 dovesse assumere il titolo di Loggia Madre suscitando malumori nella loggia «Archita», retta dal venerabile Umberto Repici 32°, i cui fratelli facevano giustamente rilevare che tale titolo spettava a loro in quanto fedelissimi da sempre, ma la decisione era ormai presa, anche se costò lo scioglimento della loggia «Archita» di lì a poco.  
Nella «Sauro» a Bonavoglia subentrava Serafino Pizzarri, partecipando alla grande tornata del 6 febbraio nella loggia «Battisti» per l'incontro del Gran Maestro con le logge di Bari, Lecce, Brindisi e Fasano. Un'altra crisi non tardò ad abbattersi sulla loggia quando a fine maggio fu comunicata la radiazione proprio di Serafino Pizzari e di Roberto Sorge. La loggia era stata affidata alla probità del venerabile Rocco Iavernaro 30°, già venerabile della disciolta loggia «Giovanni Bovio». In occasione della minacciata scissione dell'ottobre 1955 promossa dall'Oriente di Milano, le due logge confermarono con il delegato regionale Bonavoglia la loro fedeltà alla Serenissima Gran Loggia, retta dal Sovrano Gran Commendatore (massima autorità del rito scozzese) Ermanno Gatto e dal Gran Maestro Vincenzo Damiani. Il 1956 fu l'ultimo anno di vita della loggia «Sauro». Già nel mese di gennaio si evidenziavano i trasferimenti: Casavola Agostino alla loggia di Fasano, nel dicembre ben 8 affiliati si trasferiscono alla loggia «Battisti», seguiti da altri quattro (Laurenza, Ferretti, Martusciello e Bonavoglia) nel successivo gennaio 1957. A fine 1956, retta in quell'anno dal venerabile Umberto Repici, la loggia «Sauro» aveva cessato i lavori.  
Il paziente lavoro di ricucitura e di ricostruzione, sotto la guida del gruppo dirigente formatosi nella massoneria in epoca pre-fascista, ebbe sostanzialmente termine il 24 aprile 1960, allorché fu ratificato a Roma l'atto di unificazione tra il G.O.I. e la G. L. degli A.L.A.M. (gruppo detto di Via Cicerone, sua sede in Roma, e diretto da Franco Moroli), nonché, il 26 aprile 1960, tra i due Supremi Consigli di R.S.A.A. facenti capo alle due Comunioni, riconosciuti rispettivamente dalla giurisdizione Nord e dalla giurisdizione Sud degli U.S.A. A seguito di questo secondo atto, firmato da Marino Lapenna e dal principe Gianfranco Alliata per i due Supremi Consigli che contestualmente si fondevano, le residuali organizzazioni massoniche di orientamento «scozzese» e in vario modo reclamanti discendenza dalla G. L. scissionista fondata da Saverio Fera cominciarono ad incontrarsi e a lavorare insieme.  
Alla carica di Gran Maestro ascese il 16 luglio 1961 Giordano Gamberini, appartenente alla generazione cresciuta durante il fascismo e primo dei gran maestri iniziati alla massoneria durante o dopo la seconda guerra mondiale, portatori di istanze e di finalità diverse da quelle che avevano ispirato i vecchi giustinianei. La prima e più significativa mossa compiuta dal Gamberini riguardò i rapporti con le massonerie europee, in particolare con quelle delle isole britanniche (G.L.D. d'Inghilterra, G. L. di Scozia e G. L. d'Irlanda) e scandinave, che non avevano ancora ripristinato con il G.O.I. i reciproci rapporti intrattenuti fino al 1925. In sintonia con l'azione della G.L.D. d'Inghilterra e del G. O. d'Olanda, che miravano in quegli anni al chiarimento della ingarbugliata situazione francese attraverso il rafforzamento ed una più piena legittimazione della G. L. Nazionale fondata nel 1913, il 25 novembre 1963 il G.O.I. interruppe i rapporti con la G. L. di Francia, a motivo dei persistenti rapporti intrattenuti da questa con il G. O. francese. L'iniziativa fu debitamente apprezzata a Londra e consentì l'apertura di rapporti informali, che il 20 novembre 1964 si concretizzarono in un incontro presso la sede londinese della G.L.D. d'Inghilterra, nel corso del quale furono poste le basi per un ulteriore riavvicinamento.


3. La Loggia «Battisti»

Questa loggia nasce nel 1947 connotandosi particolarmente per la presenza di docenti ed operatori scolastici. Per qualche anno è gestita dal Venerabile Giuseppe Vozza.  
Quindi il maglietto passa a Terenzio Lo Martire, direttore scolastico che guiderà con abilità la loggia per circa un decennio, diventando protagonista sino alla morte (avvenuta nella metà degli anni Settanta) della massoneria scozzesista di Piazza del Gesù.  
A causa della riunificazione con il Grande Oriente di Palazzo Giustiniani, Giuseppe Vozza sbatté la porta e se ne andò, lasciando così il campo libero al Lo Martire. Per la L. «Battisti» la riunificazione non portò nulla di buono tanto che dopo circa due anni e mezzo Lo Martire già aveva ripreso i contatti diplomatici con Domenico Bonavoglia, delegato regionale di Piazza del Gesù, per rientrare nella famiglia d'origine. Ma prima di salutare gli indigesti fratelli giustinianei pensò bene di vendere il tempio massonico di via Gorizia n. 37. Perché non ebbe il risultato sperato questa riunificazione? Persistevano antichi rancori personali tra alcuni membri delle rispettive obbedienza, e poi il sistema della solidarietà, ovvero il mutuo soccorso funzionava piuttosto debolmente nel Grande Oriente. Lo Martire, quindi, decide di tornare nella precedente Obbedienza. Pertanto il 3 novembre fece atto di obbedienza alla famiglia Massonica italiana di Piazza del Gesù 47 ed il successivo sei novembre inviò uno scarno comunicato al Grande Oriente di distacco dall'obbedienza (copia lettere allegate al verbale di loggia del 07/11/1953). La loggia funzionò abbastanza bene per qualche anno, sempre con elementi provenienti dall'ambiente scolastico o comunque borghese, come i neo laureati. Poi ritornò ad essere una porta girevole di albergo tra gente che entrava e gente che usciva. Anche se il Lo Martire tuonava anatemi ed addirittura minacce contro «i radiati ed i dimissionari ingiustificati, che il centro può esperire, tutti i mezzi a sua disposizione a carico dei mancanti al giuramento volon-tariamente prestato, senza alcuna considerazione umanitaria e ciò per far comprendere che la nostra famiglia, ove non si entra per speculazioni personali, ha la forza e la potenza di raggiungere chiunque, ovunque e comunque la stessa lo crederà necessario».  
Nonostante il Lo Martire presentasse l'istituzione come una specie di Spectre, fascinandola come un centro di potere, quella porta girevole continuava a girare. Per superare questa situazione Lo Martire, uomo pieno di inventiva, avrebbe dapprima formato e poi iniziato i migliori per rinfoltire le precarie colonne della loggia. Alla fine del 1953 la loggia contava quaranta membri, tutti di fede fascista o comunque monarchica. Presso questa loggia erano approdati i massoni delle logge disciolte «Sauro», «Garibaldi» e «Mazzini».  
Nella tornata del sette novembre il venerabile Lo Martire rivolse un «pensiero, con lievi ed i spirate parole, ai caduti degli ultimi avvenimenti dolorosi di Trieste italiana, auspicando che la stessa ritorni a far parte integrale della madre patria». Il Grande Architetto dell'Universo accolse il suo voto. Nel 1954 a Lo Martire venne l'idea di creare un serbatoio di possibili futuri massoni, dirigendo la sua attenzione sui giovani universitari, ideando il Circolo Universitario Jonico, che funzionò per vari anni, sempre sotto il discreto controllo della loggia. Infatti fece pervenire alla loggia la domanda di trenta giovani universitari che richiedevano la costituzione di un circolo universitario ionico, per trovare «conforto spirituale e orale sotto la guida dell'istituzione», un'assistenza non solo spirituale ma anche economica. Venne allargato l'ingresso anche alla componente dei maturandi. Quali controllori furono individuati ovviamente fratelli che avevano dimestichezza con i giovani, i docenti. Quindi furono designati Angelo Zuccardi per il liceo scientifico, Vito Testaj (sebbene in sonno) per il liceo classico, in quanto vicepreside, Antonio Trotta per l'Istituto Magistrale, e Angelo Scisci, in sonno, quale Vice Provveditore agli studi.  
La presidenza onoraria veniva affidata al Magnifico Ricchioni, Rettore dell'Università di Bari, mentre la gestione effettiva veniva assegnata a Cataldo Cimurro, coadiuvato da due consiglieri, Nicola Cotenna e Felice Basta. Lo statuto ed il regolamento, impregnati di umori massonici, furono formalizzati il 22 febbraio del 1953 davanti al notaio Lentini per il crisma dell'officialità. Lo Martire considerava il CUJ una sua creatura, ma per avere risonanza interna al mondo massonico doveva avere il placet del Sovrano Ermanno Gatto. Ne ricevette invece una doccia fredda, in quanto ai vertici dell'organizzazione massonica poco interessava l'ingresso e la formazione dei giovani nell'istituzione. Invece il sindaco dell'epoca, fornì i locali, al pianterreno del palazzo degli Uffici nella piazza Garibaldi. Ma probabilmente non era noto chi c'era dietro all'organizzazione giovanile se i locali, pur assegnati con delibera di giunta del 04/02/1954 n. 254, furono revocati con successiva delibera del 762. Qual'era la politica della loggia? In primo luogo la valorizzazione dei concetti di Dio, Patria e Famiglia, al punto tale che Lo Martire, in una dei suoi estri creativi, creò una rivista limitata al circuito massonico che riportava appunto il nome di Dio, Patria e Famiglia; «esaltazione dei concetti per l'elevazione dell'italianità del popolo in modo da riportarlo alla difesa di tutto ciò che è grandezza, onore, valore e potenza dell'Italia, nazione sovrana e libera da qualsiasi dipendenza straniera». Si sottolineava il rispetto formale della Costituzione e delle leggi, il sostegno alla scuola pubblica rispetto a quella confessionale, ma la sua laicità si fermava qui perché l'istituzione di Piazza del Gesù era contro il divorzio. Da questi presupposti ne derivava che «ogni fratello in eventuali elezioni, sia politiche che amministrative, ha il dovere di interpellare, nel caso venga invitato a far parte di una qualsiasi lista, la commissione elettorale dell'oriente, e per essa il proprio venerabile, prima di dare la sua adesione, la quale deve essere sempre subordinata al nulla osta che all'uopo dovrà essere rilasciato e senza del quale non potrà concedere la propria adesione». Il massone tipo da introdurre in loggia doveva essere «di alta cultura, di posizione sociale e civile ed economica elevata; dirigenti di uffici, amministratori, impiegati di alto rango e non piccoli travet».  
Durante questo continuo viavai la loggia si arricchì di membri di Laterza, ove era stata demolita la loggia «Trieste», come Agostino Frigiola, di membri di Ginosa come Luigi Giancipoli, e Bruno Siclari.  
Qual'era il rapporto con la politica? La loggia doveva preservare le masse dalla politica dei rossi e dei neri, guardarsi dalla Dc e dall'Azione Cattolica, perché nulla hanno a vedere con la politica nazionale. In loggia era vietato parlare della politica di parte, ma si doveva parlare di libertà dell'uomo e della nazione. A proposito di rispetto delle leggi, resta emblematica la richiesta di procedimento disciplinare da parte di un membro della loggia nei confronti del fr. Baldassarre Venezia, il quale da procuratore delle imposte perseguitava i massoni morosi.  
Alla fine del 1955 una novità importante investe la massoneria di piazza del Gesù: la fusione con la famiglia massonica siciliana di Giuseppe Zuccarello, che ammetteva le donne nel sodalizio. Fu quindi diramata una circolare in cui il Rito Scozzese sollecitava le logge della penisola a favorire l'ingresso alle donne. A Taranto tale innovazione rimase lettera morta. Nella metà del 1956, in prossimità delle elezioni amministrative, la loggia si organizzava per inviare i suoi uomini nelle stanze del potere. Risultarono candidati i fratelli Pio Ranaldo, Francesco Fenga, Giuseppe Bucci, Cesare della Valle, Amilcare Scalinci, Giovanni Ago, Attilio Gennaro, Donato Luccarelli, Agostino Casavola, Vito Putignano della L. «Battisti»; Laurenza Stefano e Ciro Maranò della L. «N. Sauro»45. È importante notare che in tale occasione la loggia stabilì la libertà di voto per la propria ideologia politica, purché questa non sia in contrasto con la massoneria; di sostenere tutti i massoni candidati a mezzo propaganda in famiglia e nel mondo profano,; di appoggiare il fratello Stefano Laurenza, unico candidato alle elezioni provinciali per il collegio Ginosa-Laterza; di mantenere l'assoluto segreto su tali decisioni con pena di espulsione immediata. Gli sforzi non furono sufficienti. Nessuno fu eletto a Taranto, risultarono vincitori Donato Luccarelli a Crispiano, Pio Ranaldo a Ginosa ed Agostino Casavola a Martina Franca. Decisamente l'impegno politico dei massoni di piazza del Gesù era di centro destra. Lo conferma il grado più elevato, l'ispettore regionale Domenico Bonavoglia, che devono essere esclusi i partiti social-comunisti ed anche buona parte della Democrazia Cristiana46. Nulla da dire per il Msi, ove militava il fratello Arturo Vescovo. Alla fine del 1957 altro colpo di scena del Lo Martire: dà le dimissioni da venerabile e dalla loggia e fonda altra loggia col nome di «C. Battisti», abbandona la Comunione di Piazza del Gesù ed inizia una nuova avventura massonica con un giovane di appena trentasei anni, età neonatale per la massoneria, Attilio Armandi , Duca di Levizzano, Gran Maestro e Sovrano Gran Commendatore del Grande Oriente d'Italia della Massoneria Scozzese, sedente in Genova a Palazzo Penco. Di conseguenza la L. «Battisti» di Piazza del Gesù, che nel frattempo era gestita da Alessandro Viesti, altro direttore didattico, crollò immediatamente in una crisi esistenziale: dimissioni, incapacità progettuali, la ridussero a vuoto involucro. Alla fine del 1958 si costituì un Comitato regionale per le Puglie Provincia di Taranto, presieduto proprio dal Viesti che cercò con una struttura creata dal vertice di ricompaginare tutta la Massoneria di Piazza del Gesù. Tale struttura, composta dall'avv. Agilulfo Caramia, dal prof. Gaetano Buttafarri, dall'ammiraglio Sergio de Judicibus, dall'industriale Luigi Pizzetti, designò quali Venerabili un giovane avvocato per la L. «Battisti» ed il prof. Costantino D'Onofrio per la L. «N. Sauro»47. Comunque, i problemi non mancavano. Infatti, il Comitato non era in sintonia col Bonavoglia, tanto che questi frenava e rinviava la consegna dei titoli e documenti. Inoltre non era ancora efficiente l'azione di solidarietà. Alcuni massoni si lamentavano di essere discriminati in quanto tali dal preside dell'Istituto «Righi» Pavone e chiedevano di essere tutelati. Alla fine del 1958 il Comitato inviò al Gran maestro il suo piedilista, non quello delle logge, che ancora dovevano essere formate. Le due logge non superarono la prova del tempo, solo la «Battisti» continuava a sopravvivere grazie alla passione di Alessandro Viesti e di Sergio De Judicibus, il quale mise a disposizione un interrato della propria abitazione di viale Virgilio n. 44 per adibirlo a tempio e dette in uso anche l'arredo per la segreteria. Si era ormai nel luglio 1961, la loggia lentamente si rinfoltì sino al 1965 quando mutò nome chiamandosi «Giuseppe Vozza», tuttora esistente.


4. La Loggia «Archita»

Sorgeva il 14 maggio 1952 all'obbedienza della Gran Loggia di Piazza del Gesù durante la gestione del Gran Maestro Ermanno Gatto, composta da circa quindici elementi provenienti in maggioranza dall'ambiente scolastico, con l'esigenza di avvicinare personalità esterne a tale ambito per arricchire l'esperienza. Il maestro venerabile esortava ad avvicinare all'Officina elementi estranei all'Amministrazione scolastica essendo l'Officina ricca di professori in modo che 1'«Archita» esplichi la sua azione di «diffusione del libero pensiero in tutte le branche delle amministrazioni statali, parastatali, private e liberi professionisti».  
Ai massimi gradi si ritrovavano i vecchi fascisti alla Ettore Ottino 33, già maggiore della Milizia, o docenti come Imbriani Martellotta, o imprenditori autodidatti come Domenico Bonavoglia 33, che era il fiduciario locale del Gran Maestro col suo grado di Grande Ispettore provinciale. L'ambiente era piuttosto omogeneo se venne rifiutata con determinazione la candidatura di Ignazio Candelli perché «di tendenze politiche decisamente filocomuniste»49. Mentre la L. «Palermi» si scioglieva per poi rifondarsi nel 1954, la L. «Archita» si clonava dando vita alla L. «Pitagora», cui nel 1953 si aggiunse parte della L. «Mazzini» che non intese restare nell'Obbedienza del Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani. Una figura controversa dell'epoca era Pasquale Paddeu, che inizialmente qualcuno tacciò di un tentativo di riorganizzazione del partito fascista nel dopoguerra, poi l'esperienza in massoneria durata vari anni, poi il ritorno alla politica sindacale nella Uil negli anni Ottanta. Intanto veniva ricostituita nuovamente la L. «Battisti», clone di quella che si era portata via Terenzio Lo Martire e venne anche riesumata la L. «Sauro», epigona di quella sorta nel 1944.

 

 


III. Lo Martire e il Grande Oriente di Palazzo Penco a Genova

 


Il Grande Oriente d'Italia della Massoneria di Rito Scozzese Antico e Accettato nasce a Genova nel 1950 ad opera di Attilio Armandi. Inizialmente doveva essere una loggia più che un Grande Oriente. Armandi nella sua corrispondenza dà una data precisa dell'inizio dell'attività del Grande Oriente, il 1958, in concomitanza con la creazione della Federazione della Massoneria Europea5o• Comunque, il 7 giugno 1951 il Grande Oriente di Armandi è riconosciuto da una «Potenza» massonica mondiale, quale il S.O.M.A., sigla massonica internazionale dietro la quale si celava un sedicente principe inseguito dalle polizie di mezza Europa per truffa. Per darsi una parvenza di legittimità profana Armandi formalizzava la sua organizzazione con atto pubblico del 5 dicembre 1956, facendolo pubblicare sul Foglio Annunzi Legali della Provincia di Genova, dopo aver inutilmente tentato la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Per consentire una patina di regolarità Armandi si affannò a contattare esponenti di Massonerie estere. Tutte spurie o irregolari, bisognose di riconoscimenti in ossequio al principio della universalità. CosÌ riuscì ad organizzare il 12 luglio 1958 un congresso a Genova ove costituì la Federazione Massonica Europea, rappresentata da un Supremo Governo Federale, ove «per elezione unanime» veniva investito dell'onore della presidenza, e che gli servì per far proclamare l'Italia «Capitale degli Stati Uniti Massonici d'Europa con sede permanente a Genova» 51.  
Ricevuto il mandato di organizzatore per Puglia e Basilicata Lo Martire si adoperò alacremente per dimostrare la sua capacità e la sua incidenza organizzativa. Provvide a tappezzare di manifesti tutta la Puglia per presentare la nuova obbedienza massonica; si presentò al questore di Taranto per presentare le credenziali della struttura e renderne la visibilità dinanzi alle istituzioni profane.  
Nel frattempo Lo Martire organizzava una loggia coperta in Bari. Nella sua ingenuità Armandi si fidava interamente dei suoi collaboratori, ed infatti saranno proprio questi a voltargli successivamente le spalle. Delegava funzioni ed incarichi ritenendo che essi agissero per il bene dell'Obbedienza e non del profitto personale. L'intuizione opportunistica di Lo Martire si rivelò, sempre nell'estate del 1958, in occasione della grave crisi economica ed occupazione dei Cantieri Navali Tosi in Taranto.  Lo Martire propose ad Armandi di intervenire nella vertenza pubblica con un manifesto della Federazione Massonica Europea, a firma dello stesso Armandi, con il quale si assicurava «la Grande Maestranza della Serenissima Gran Loggia Regionale Pugliese "Stella d'Oriente" alla Valle dell'Ofanto, di essere energicamente intervenuti presso le competenti autorità per la soluzione concreta e immediata dei problemi dei Cantieri Navali di Taranto». Questa boutade aveva lo scopo da un lato di presentare l'obbedienza masso-nica come interlocutrice al pari dei partiti nel mondo profano; dall'altro di dimostrare agli altri gruppi massonici la supremazia e la potenza dell'Obbedienza. Non vi fu alcun esito a tale intervento, in quanto Armandi non aveva le risorse necessarie per poter effettivamente intervenire politicamente. Era, in effetti, una trovata propagandistica del Lo Martire per attirare attenzione: «Che abbiamo fatto noi? Nulla! Abbiamo solo previsto ed aspettato il momento favorevole». Oltre al tatticismo non esistevano seri contenuti. A metà settembre del '58 Lo Martire presentava ad Armandi l'organigramma pugliese.

Per l'organizzazione dell'Oriente Lucano, Lo Martire era in fase di «penetrazione» mediante 50 manifesti affissi a Matera. In realtà, la situazione in Puglia non era tanto rosea come Lo Martire voleva farla apparire. Ceccherini aveva nominato delegato regionale Domenico Bonavoglia, di Taranto, artigiano marmista e imprenditore edile. Come reazione Lo Martire rifondava la sua rivista modificandole il titolo da «Acta Jonica Muratoria» ad «Acta Italica Muratoria», designandola come organo della Gran Loggia di Puglia e Lucania. Né la situazione andava meglio per l'obbedienza nel resto d'Italia. Armandi era costretto a denunziare penalmente un suo ex collaboratore di Genova dimostratosi infido e speculatore. In tutta la corrispondenza con Lo Martire risulta un continuo esborso di danaro da parte di Armandi. In una significativa lettera del 2 ottobre Lo Martire rappresenta espressamente la volontà del suo gruppo di non pagare alcuna forma di capitazione o contributo perché voleva constatare «prima come si metteranno le cose in questa nuova organizzazione». Di conseguenza Armandi dovette non solo soprassedere alle pretese delle capitazioni ma fu costretto ad anticipare spese per bolle di fondazioni, diplomi, giuramenti, ecc.  
Sempre più carico d'entusiasmo Armandi comunicava di aver ricevuto la visita di due massoni della Gran Loggia di Losanna e due fratelli della Gran Loggia Alpina dalla Svizzera, e quale Presidente della Federazione Massonica Europea, «ho deciso che quello stato divenga sovrano e sia sottratto all'influenza inglese», autorizzando quindi la fondazione di un Supremo Consiglio per quella nazione. «Stamani ho ricevuto una lettera del Generale De Gol (sic!) ed anche i rapporti con questa alta personalità storica sono divenuti ufficiali ed amichevoli». E nessuno pagava. Inoltre, ed è l'aspetto più significativo della impostazione di Lo Martire, le logge da lui create dovevano essere «tutte coperte per sottrarle ad eventuali fastidi clericali». Lo Martire, da grande adulatore gli confermava questa certezza, «gli occhi sono puntati su di te». Negli ultimi mesi del 1958 la stella di Armandi si spense.  
Michele Terzaghi, con l'appoggio di altri componenti del Supremo Consiglio, approfittando di un viaggio di Armandi, prese possesso del supremo maglietto facendosi nominare Sovrano Grande Ispettore e Gran Maestro. Al ritorno Armandi si trovò fuori casa.  
Intanto Lo Martire lo aveva elegantemente abbandonato prestando obbedienza a Terzaghi, e tuttavia cercava ancora di sfruttarlo sia per i diplomi che ancora Armandi deteneva sia, aspetto più importante, per far riconoscere la sua Gran Loggia Madre di Puglia e Lucania dalla Federazione Massonica Europea, se ancora governata da Armandi. Nonostante le pressanti richieste di Armandi di onorare i debiti contratti Lo Martire non intese provvedere, anche se, secondo qualche memoria storica tuttora vivente, Lo Martire provvedeva a riscuotere senza versare.  
Il Grande Oriente Appulo-Lucano-Calabro della Serenissima Gran Loggia Madre degli Illuminati di Puglia, Lucania e Calabria di Terenzio Lo Martire, associandosi al Grande Oriente d'Italia della Massoneria Scozzese di Terzaghi continuava a far parte della Federazione Massonica Europea che, defenestrato Armandi, era retta da un suo vecchio collaboratore, Emanuele Paul Gnevtos 33°, con la carica di Segretario Generale, e con sede a Ginevra. La collaborazione con l'obbedienza di Michele Terzaghi durò a malapena un anno. Nel frattempo Lo Martire aveva individuato un altro interessante in-terlocutore in Romeo Giuffrida di Chieti, promotore del Movimento Italiano pro Unificazione Massonica, ed aveva dato al suo gruppo l'assetto di un'obbedienza autonoma e indipendente, riconosciuta dalla Federazione Massonica Europea.  
Alla dicitura di cui innanzi aveva aggiunto il titolo di «Stella d'oriente», rivendicando titolarità esclusiva nelle regioni del Sud Italia. Aveva creato la Grande Maestranza Interregionale, con un Grande Ispettore Generale e Regionale. Così dal l gennaio 1960 decollò questa nuova struttura. Lomartire ritenne una buona occasione associarsi a Giuffrida perché in tal caso allargava gli orizzonti dei riconoscimenti internazionali. Il Movimento Massonico Italiano del Rito Scozzese A. A. «Pro Unificazione» era stato infatti riconosciuto nientemeno che dalla Gran Loggia madre di Washington e di altri Orienti esteri. Ma anche questo sodalizio non ebbe lunga durata.  
Dopo appena un anno Lo Martire comunicò all'Obbedienza che le collaborazioni con Romeo Giuffrida e la Federazione Massonica Europea erano concluse, e che comunque continuava a percorrere da solo il cammino tracciato per l'Unificazione. Quali le ragioni della frattura con Giuffrida? Forse addebitabili a motivi di «inguaribile mania di affarismo personalistico e di simonia massonica» del personaggio. Col primo gennaio 1961 la nuova svolta consolidò la struttura di obbedienza indipendente, che per l'ennesima volta cambiò nome in quello di «Serenissima Gran Loggia Nazionale A.L.A.M. di Rito Scozzese A. A. d'Italia». Tale struttura, fedele alla tradizione scozzese, creò un Supremo Consiglio dei Sovrani Grandi Ispettori Generali e di una Gran Maestranza. Ancora dopo sei mesi Lo Martire mutava ancora sigla in «Serenissima Gran Loggia N azionale A.L.A.M. d'Italia del Gran Movimento pro Riunificazione, rinnovamento e riemersione della Massoneria Universale di Rito Scozzese A. A. Italiana». Altro fronte aperto dal Lo Martire era quello delle relazioni estere per ottenere i riconoscimenti.  
Una Obbedienza si distingue da un gruppo proprio per la quantità e qualità dei riconoscimenti che riceve dalle Potenze estere. CosÌ Lo Martire cominciò a pubblicare su «Acta Italica Muratoria» gli agognati riconoscimenti, quali quello del Grande Oriente Massonico Universale Elvetico; prese contatti con alcuni Fratelli Americani in transito da Bari per puntare alle somme vette dei riconoscimenti, lavorò per il riconoscimento del Grande Oriente del Belgio e del Canada.

 

 


IV. Piazza del Gesù dopo Lo Martire e il Partito radicale massonico

 

 

Dopo il ciclone Lo Martire, nel dicembre del 1958 la massoneria scozzesista di Piazza del Gesù tentò di ricomporsi con l'acquisizione di una nuova struttura e di nuovi elementi, tutti d'estrazione borghese, quali l'avv. Agilulfo Caramia, l'avv. Adolfo Cuzari, il sempiterno Domenico Bonavoglia, il dotto Gaetano Buttafarri, l'ammiraglio Sergio De Judicibus, l'industriale Luigi Pizzetti e il direttore scolastico Alessandro Viesti, il professor Costantino D'Onofrio, il dotto Umberto Signorile, l'avv. Sante Rando, per citare i più noti. Crearono un comitato Regionale della Massoneria di rito scozzese con la veste profana di accademia di cultura, ricrearono le logge «Sauro» e «Battisti». Ma subito le rivalità personali ripresero il sopravvento. Si era aperto un contenzioso tra Domenico Bonavoglia e gli altri membri, che allontanava le attenzioni di chi voleva seriamente vivere l'esperienza massonica. L'intento del gruppo era quello di costituire una unica grande massoneria, priva di un qualunque confronto con la società. Di conseguenza, non è azzardato dedurre che ogni eventuale impegno profuso dai singoli massoni nella società non dipendesse da uno stimolo e da una elaborazione di loggia bensÌ da una sensibilità personale. Ma nemmeno questa compagine dovette navigare acque tranquille se ancora nel 1961 la massoneria scozzese dovette provvedere, a mezzo di Sergio De Judicibus e del prof. Rocco Ravelli, della loggia superstite «Cesare Battisti», a riorganizzare la massoneria scozzesista.  
Nel confuso bailamme che caratterizza gli anni Cinquanta, si inserisce anche la massoneria, che stentava a trovare una sua chiara identità e collocazione sociale. Nel pullulare delle sigle - oltre sessanta -, si verificò anche il curioso fenomeno di un partito massonico. Curioso perché uno dei capisaldi tradizionale della Libera muratori a è sempre stato quello di non trattare questioni di politica e di religione. Invece si assisteva addirittura alla nascita di un partito di riunificazione massonica, che intendeva operare nel sociale. Sorto a Taranto nel marzo del 1958, in occasione delle elezioni ammi-nistrative, non ebbe luce, ovvero non concorse alla competizione elettorale.  
Fondato da Fausto Piattelli, fuggito precipitosamente da Genova per una dichiarazione di fallimento, fu sollecitato dall'avvocato tarantino Gaetano Furnari, nel cui studio si tenevano le riunioni preparatorie. A che serviva un partito radicale massonico? Stando allo statuto (art. 6) «è contrario ad ogni forma di dittatura, negazione della personalità umana e annullamento dei sacri principi della libertà voluti dalla Massoneria Mondiale». Di ispirazione scozzesista ovvero piramidale, le cariche sociali erano concentrate in un'unica persona, quella di Fausto Piattelli.  
Invece, molto più asetticamente le informative di Polizia facevano presente che «scopo principale del Partito Radicale Massonico è di combattere il comunismo». Per questa crociata santa il Piattelli, si alleò con un personaggio massonico che nella discrezione più assoluta fu presente sulla scena massonica per circa vent'anni, il ginecologo Italo Letizia, con studio in Roma ed a Taranto. Col suo aiuto aveva radunato trentatre persone con cui fondare il partito. Pittelli girava per l'Italia della Confindustria e delle Obbedienze massoniche sollecitando contributi in danaro per la struttura. Non dovette riscuotere alcun consenso, precisano le informative, se l'impresa fu archiviata dopo due mesi di preparazione ed il rifiuto delle maggiori obbedienze ad un piano tanto contrario ai principi tradizionali della Massoneria che vieta espressamente di trattare questioni politiche.  



Epilogo


Era finito il Risorgimento con i suoi valori ed i suoi riti, incalzava un'epoca che i massoni anziani non sapevano o volevano vedere nelle nuove caratteristiche che questa comportava nella società mentre i giovani, sia per ambizione che per la ricerca di una occupazione, affollavano per una notte il tempio, giusto il tempo per rendersi conto che non era lì la loro soluzione. Ecco spiegato il motivo per cui era ricorrente la lagnanza dell'assenteismo dai lavori di loggia e della morosità delle quote di partecipazione. Si rincorreva il mito della potente istituzione, mito duro a morire se dopo vent’anni portò allo scandalo della loggia P2, che altro non era se non un tentativo illegittimo di ritornare ad avere un potere nella società e nelle istituzioni. Ma era questo il senso cui miravano le varie riunificazioni di obbedienze, costituire una massoneria forte, in grado di esercitare un potere, non volendo rendersi conto che ormai l'Italia del post Quarantotto era l'Italia democristiana, delle parrocchie, che era destinata a durare molti anni ancora. Offrire, come si è tentato di fare, senza alcun infingimento, uno spaccato di quel quindicennio nelle varie massonerie che si sono avvicendate, ha significato anche tirar fuori un pezzo di Italia laica che, per quanti limiti avesse, ha accompagnato la storia di questa città.

 

Avv. Francesco Guida

 

ESTRATTO DA "TARANTO - DAGLI ULIVI AGLI ALTIFORNI" MANDESE EDITORE

 

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